T come Tecnologia

T come Tecnologia

Ho sempre trovato affascinante l’etimologia delle parole.

Tecnologia, per esempio, deriva dalla fusione delle due parole tékhne e logìa e, letteralmente, significa “trattato sistematico su un’arte”.

È Aristotele a parlarne nell’Etica Nicomachea ma, senza voler trasformare questo post in un pianto greco, questo attacco mi serve proprio per allargare il cerchio, come quando si getta un sasso nello stagno e il diametro allontanandosi si dilata.

A volte tecnologia è parola che usiamo con paura: i robot che ci toglieranno il lavoro, i social networks che spiazzano le relazioni umane. La chiave per me è sempre stata quella di ribaltare l’approccio: da difensivo ad espansivo, da chiuso ad accogliente. Ecco dunque che questa analogia con l’arte, con il pensiero che si mette al servizio di un bisogno (nel senso di due volte sogno), mi aiuta per raccontare cosa è per me TECNOLOGIA.

Quando avevo 20 anni, scrivevo racconti. Ebbi la fortuna di conoscere la grande poetessa italiana Vivian Lamarque e, parlando con lei, le raccontai di quando, bambino, avevo un sogno un po’ pazzo: conoscere tutte le persone del mondo.
La Lamarque mi scrisse che era un’idea grandiosa e, così, nel mio piccolo, ogni tanto io penso che Facebook l’abbia pensato per primo io.

Scherzi a parte, non riesco a vedere i social come un arretramento dell’umanità: tutt’altro. È un ponte per costruire relazioni.

Che non significa che, come Pollyanna, veda tutto rosa e senza un se da qualche parte. Non sono stupido e mi sono chiare alcune implicazioni e pericoli insiti nella società iper-connessa: seguo con interesse la letteratura e mi informo.
Significa, tuttavia, che vedo il cammino dell’umanità come un percorso che va avanti.

E Facebook, o altri social networks e, in generale, la tecnologia che cambia le nostre vite, fanno parte ineliminabile di questo viaggio.

Non credo che mettere insieme, seppure in forma digitale, miliardi di persone, sia un male.

Non credo che dare accesso alla conoscenza a un numero crescente di esclusi (perché questo sono stati molti esseri umani per secoli) sia un male.

Non credo che l’intelligenza artificiale faccia più perno sull’artificialità che sull’intelligenza: penso, in definitiva, che una macchina programmata pur sempre dall’uomo sia destinata a fare il bene dell’umanità.

E la disoccupazione tecnologica, spauracchio per il nostro futuro, al di là di un’evidenza empirica che stenta a dare ragione ai catastrofisti, non permette di concentrarsi su un altro aspetto importante: l’occupazione tecnologica.

Quanto lavoro genera la tecnologia?

Quanto eleva le competenze di ogni lavoratore, per l’appunto con l’idea che ciascuno debba, per definizione, fare un lavoro UMANO?

I lavori sfruttati della GIG economy sono stressanti, faticosi, non remunerativi e precari. Ma non è, appunto per questo, lecito pensare che la vera ingiustizia sociale sia che, ancora oggi, qualche essere umano debba passare la vita in desolanti magazzini a caricare e scaricare pacchi?

Tecnologia è sognare, al costo di venire tacciati per poveri illusi, che il tempo venga liberato e non intrappolato.

Che tutte le persone possano essere formate per fare lavori più gratificanti e UMANI. Che il futuro sia un bel posto dove vivere e il racconto che facciamo nel presente serva ad apparecchiarlo come si deve. Facciamo fare alle macchine il lavoro di una macchina. Restiamo umani. È sempre stato il miglior modo di abitare questo bellissimo pianeta.

Economista formatosi all’Università Bocconi e alla Paris School of Economics. Insegna economia comportamentale e si occupa prevalentemente di felicità e misurazione del benessere. Crede molto nella digital education e per questo è iProf di Economia della Felicità su Oilproject.org. Ama la divulgazione scientifica e ci parlerà di come la misurazione della felicità in una realtà complessa necessiti di un approccio altrettanto complesso.

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